Di come una quinta bemolle può cambiarti la vita

Era il 1985 e ormai da quattro anni avevo iniziato più o meno seriamente a suonare uno strumento.

Qualche libro faticosamente reperito per imparare gli accordi, tante ore passate a cercare di andare dietro ai miei dischi preferiti, tanto rock, tanto blues, punk, new wave un po’ di Pink Floyd e Genesis (ma questi solo da lontano, troppo difficili per un autodidatta principiante).

Avevo iniziato i primi approcci con il jazz, approcci niente male però: un doppio album live di Monk avuto come regalo speciale da un amico fraterno, un album di Coltrane, uno di quelli delle collane che all’epoca uscivano a fascicoli in edicola, prestato (e mai più restituito) da un altro amico fraterno e last but not least, un disco di Charlie Parker che forse avevo comprato io, non ricordo.

Insomma, mi sentivo attratto dal jazz ma più come idea o, se volete, per fare un po’ quello figo che ascoltava musica di nicchia.

Lo ascoltavo ma non riuscivo a penetrarlo, sentivo che c’era un mondo da scoprire ma qualcosa mi impediva di vederlo chiaramente.

La svolta venne in quell’anno: risparmiando una liretta dopo l’altra comprai “Travels” (in vinile) e “New chautauqua” (su cassetta) di Pat Metheny.

A quell’epoca la musica si ascoltava a casa, col giradischi, o in macchina con l’autoradio e il mangiacassette e fu lì, mentre da neopatentato mi impratichivo con la guida ascoltando le cassette di Pat che compresi cosa era il jazz.

Non fu una folgorazione però, avvenne per stratificazione, dopo centinaia di ascolti reiterati venne a galla questa consapevolezza nuova: stavo ascoltando qualcosa che mi portava da un’altra parte, non ero più seduto alla guida della mia Fiesta 1100L bianca su una strada in discesa dell’ultima pezzo d’Italia prima che diventi Francia, no, ero su una strada larga e vuota di una provincia americana assolata.

E fu una singola nota a svegliarmi (o ad addormentarmi non so).

Un La bemolle suonato sulla tonalità di Re minore (ma che si trattasse proprio di questo lo potei capire solo molti anni dopo, in seguito a lunghi e faticosi studi).

In quel momento era solo “QUELLA NOTA”, quella nota lì, suonata da Pat alla fine di “quella frase” di Daybreak.

Ricordo che cercavo di trasmettere questo mio entusiamo alla mia fidanzata dell’epoca che, pur avendo qualche studio musicale alle spalle, non riusciva proprio a condividere con me la gioia di ascoltare “QUELLA NOTA” messa lì da Pat, alla fine di quella frase in Re minore.

La, Sol, Fa, Re, Fa … La bemolle … Sol.

L’armonia è in quel momento sul Si minore settima, ma la quinta diventa bemolle … non è La, come ti avrebbe insegnato un insegnante di musica classica, è La bemolle: è la quinta bemolle (o la quarta aumentata se proprio vuoi fare sempre quello sempre un po’ fuori dal pensiero comune).

Una nota … “QUELLA NOTA” … sentila che bella!

Quel La bemolle mi portò dentro il jazz … e non tornai più indietro.

Mauro Clementi
News Reporter
È da quando ho memoria che la musica fa parte di me, forse perchè nato nel bel mezzo di una decade particolarmente significativa da questo punto di vista. L’amore per la lettura e per la scrittura sono arrivati poco dopo e tutte queste passioni, quasi ossessive, non hanno fatto altro che crescere nel tempo. Ho deciso di condividere qualche pensiero, forse anche un po’ per assecondare quel po’ di Narciso che alberga dentro ognuno di noi; che poi quello che scriverò sia o meno interessante non sta a me deciderlo. Certo è che per me si tratta di una forma di auto-coscienza, finalmente potrò fissare immagini e sensazioni che l’arte (fruita o generata, non importa) suscita in me.

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