Ero nell’età in cui si inizia a vedere le cose per come sono davvero senza quei filtri romantici o drammatici di quando sei tanto giovane. E’ però anche quel perodo dove non sei più un ragazzino ma non sei neanche un adulto… sei lì in mezzo. Ricordo che era stato un mio compagno di classe a dirmi di ascoltare “Aqualung” dei Jethro Tull e mi aveva passato l’LP.
E qui ho capito che certe canzoni servono a farti aprire gli occhi.
Il personaggio di Aqualung non è ne un eroe ne qualcuno da imitare ma uno che vive ai margini della società, un senzatetto sporco e perso nei suoi pensieri, adesso diremmo che è un invisibile.
Ian Anderson lo racconta senza avere pietà, con quella sua voce ruvida e quel meraviglioso flauto che sembra arrivare da un’altra epoca come se stesse narrando una storia di altri tempi.
Si dice che questa canzone, l’immagine di Aqualung, sia stata ispirata da alcune fotografie scattate dalla sua prima moglie e il nome “Aqualung”, che è l’autorespiratore subaqueo, venne scelto da lui proprio perché il respiro affannoso e rantolante del mendicante gli ricordava il gorgoglìo dei respiratori da immersione.
Pensandoci bene quella figura non è poi così lontana da noi, potrebbe essere una di quelle persone che incroci per strada, magari vicino a una stazione o seduto su una panchina di un parco e che istintivamente e senza volerlo eviti, non perché vuoi essere cattivo ma solo perché non sai dove mettere lo sguardo…
Questa musica è diversa da quella a cui ero abituato… niente sogni e niente mondi fantastici… solo realtà… e si sente. La chitarra di Martin Barre entra dura… sembra quasi sporca e il ritmo lo senti addirittura irregolare, come uno che cammina ma che non sa dove andare di preciso. Ed è stato proprio in quell’età che iniziai a capire che il mondo non era tutto come me lo ero immaginato ma che esistevano molte vite che scorrono nel nostro stesso spazio ma in condizioni completamente diverse da noi.
Quello che mi colpisce di più è che la canzone non ti dice cosa pensare e non ti offre una sua morale ma ti mette solo davanti a una situazione… e ti lascia lì.
Con il passare del tempo ho capito che Aqualung non parla di quell’uomo ma parla della distanza tra le persone e di quanto sia facile costruire barriere.
Oggi quando riascolto quella canzone mi accorgo che è un brano che non ha perso nulla e che anzi… è ancora più attuale di allora. Le immagini che evoca… quelle persone ai margini, quella distanza tra chi guarda e chi viene guardato… sono ancora tutte lì, identiche, e ogni volta che Ian Anderson “ricomincia a cantarla” mi ritornano subito i ricordi, quelli forti, quasi fisici, di quando la ascoltavo da giovane, quei primi momenti in cui ho iniziato a vedere il mondo in modo diverso, come purtroppo è.