La scienza in alcuni casi è veramente potente, è possibile misurare le oscillazioni neurali, è possibile tracciare le reti di connessione, spegnere selettivamente aree con l’anestesia o la stimolazione, prevedere con buona accuratezza quando “un certo contenuto” entrerà nella nostra mente e quando invece resterà “sotto soglia”. Possiamo persino descrivere in termini funzionali che cosa fa il nostro cervello: integra informazioni, le seleziona, rende disponibili i contenuti al linguaggio, alla memoria, alla decisione…
Sembra quindi che la scienza ci possa dire tutto, e invece ci sono cose che non sa spiegare.
Immaginiamo di ascoltare un pezzo musicale. Non importa quale, va bene anceh una melodia semplice o anche un solo accordo. Nel nostro cervello accadono molte cose che la scienza può descrivere perfettamente: le onde sonore vengono trasformate in segnali elettrici che passano per le vie uditive e si distribuiscono nelle reti corticali intrecciandosi con la memoria e l’aspettativa. Possiamo anche trovare molte correlazioni: abbiamo che alcune attività aumentano quando riconosciamo il brano mentre altre si attivano se proviamo commozione ed altre ancora si amplificano quando il ritmo “cattura” il nostro corpo. La scienza ci dice anche che senza alcune importanti strutture non potremmo avere la percezione musicale mentre senza “certe dinamiche” non può esserci l’ascolto, ma questo lo sappiamo.
Però c’è una domanda fondamentale: perché una specifica elaborazione d’ascolto è accompagnata da quella specifica “esperienza”? Cioè: perché quando il cervello elabora per esempio una melodia, si “prova davvero” (ovvero si “sente davvero”) quella melodia? E sto intendendo “sentire” nel senso più interiore del termine…
Questo riguarda la correlazione tra due punti di vista che sembrano appartenere a mondi diversi: il primo punto è esterno ed è in terza persona, è quello dove da fuori noi vediamo i neuroni, le sinapsi e le oscillazioni mentre il secondo punto di vista è invece interno ed è in prima persona, è cioè visto da dentro, ed è la vita, ed è proprio lì dove “sentiamo” la musica. E qui la parola “musica” non descrive un oggetto fisico tangibile ma più profondamente un modo di essere colpiti da una forma, da qualcosa che nasce nel tempo, come dire… da una qualità vissuta…
La scienza ci può spiegare benissimo perché riconosciamo quella melodia, perché la anticipiamo, perché ci può far commuovere. La scienza può spiegare il ruolo della memoria, della previsione, della ricompensa, delle emozioni e può persino simulare molti aspetti del comportamento associato all’ascolto, ma resta fuori una domanda che non è né poetica né mistica, e questa domanda è: perché tutto questo non è quindi solo un sistema meccanico che discrimina pattern sonori ma qualcosa invece che “sente”?
C’è chi pensa che continuando a studiare e capire sempre di più i meccanismi del cervello questo problema verrà risolto: “esperienza e dinamica neurale saranno riconosciute come una stessa cosa e la differenza sarà solo perché saranno descritti con linguaggi diversi”.
C’è chi dice invece che l’esperienza sia una sorta di illusione generata da un modello interno dove il cervello si racconta di provare qualcosa, e quella narrazione è ciò che chiamiamo coscienza.
C’è poi chi sostiene che l’esperienza emerge quando l’informazione diventa sufficientemente “integrata” e “ricorrente” come fosse una “proprietà collettiva”.
E c’è chi infine, più radicalmente, sospetta che la coscienza non sia un prodotto della materia ma un ingrediente fondamentale che la materia “organizza”.
Ognuna di queste strade prova a rispondere alla stessa domanda: perché la musica non è solo un evento fisico nell’aria e nel cervello, ma un universo che si apre dall’interno?
Una partitura è perfettamente descrivibile, perfettamente misurabile e perfettamente replicabile, mentre l’ascolto è un fatto profondo, quindi il problema non è scegliere quale dei punti di vista sia vero, il problema è capire invece come possano essere lo stesso fenomeno visto solo da lati diversi.
Noi potremo descrivere sempre meglio “il meccanismo” ma resterà sempre difficile capire perché a un certo livello di organizzazione “il meccanismo diventa esperienza”.
E quando questo accade (e accade sempre) il “suono” scompare e… “appare” la musica.
Caro Fabio,
la tua analisi profonda rivela molto di te: grande competenza scientificaa e altrettanta sensibilità artistica.
Resta il mistero do che cosa sia il “sentire la musica” ma ili fatto che resti un mistero rende il tutto ancora più affascinante.
Grazie, un abbraccio